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“Era una pietra grigia tutta d'un pezzo, come quella delle macine [...] Attorno c'erano sedili ricavati da tronchi di rovere. Qui c'era una grande quercia che d'estate faceva ombra e là un acero secolare, con le foglie che sembravano mani quando il vento le metteva in movimento […] sedeva qui, quando veniva una volta all'anno, subito dopo l'equinozio di settembre, per discutere la conservazione delle scorte per l'inverno... […]

Allora le donne erano, più degli uomini, le depositarie della cultura generale della comunità, dalle tecniche produttive alle regole della convivenza sociale, dalla divisione del lavoro, che non degenerava in gerarchie di potere, alla distribuzione equa dei beni. La loro vita generalmente più sedentaria consentiva più spazio alla riflessione, alla conservazione e all'accrescimento delle conoscenze accumulate. Alcune si specializzavano in questa funzione dedicandovi tutto il tempo e l'intelligenza, ma il loro specialismo non era come noi l'intendiamo oggi, perché socializzavano permanentemente il loro sapere e accoglievano da parte di chiunque un'aggiunta creativa, una modifica o un arricchimento.

La sibilla era quella che ne sapeva più di tutti […] Presiedeva le riunioni in cui si discutevano l'ordine dei lavori da fare e la conservazione e distribuzione delle scorte, la salvaguardia della salute dalle malattie, dalle epidemie, dai cibi sbagliati […] e tutti i problemi grandi e piccoli della comunità. La comunità si fidava dell'esperienza e della saggezza della sibilla, che le aveva maturate memorizzando e coordinando i dati acquisiti da tutti, e la sua autorità non aveva bisogno, per essere riconosciuta, di scorte armate e di eserciti.

La divisione del lavoro avveniva per scelta e non per imposizione. I giovani maschi in genere si divertivano di più andando a caccia e difendendo il territorio, ma anche le ragazze potevano fare questa scelta, e molte la facevano. La tendenza a rimanere nell'insediamento appariva dopo il parto e durante l'allattamento, che durava molto a lungo, anche due o tre anni. Non appena i bambini si reggevano sulle gambe, stavano tutti insieme, in un grande spazio tra gli orti e i pascoli, ed era la comunità nel suo insieme che si prendeva cura di loro, soprattutto gli anziani, uomini e donne, che non partecipavano più al lavoro produttivo. Non si faceva molta differenza tra il bambino proprio e quello degli altri, e quando avevano sei o sette anni imparavano qualche lavoro facile, e a conoscere bene il territorio”.

Tratto da “Il libro Perogno. Su donne, streghe e sibille” di Joyce Lussu. Editore: il lavoro Editoriale. Nella pubblicazione, risalente al 1982, l'autrice narra l'incontro immaginario con una sibilla. “Immaginario ma non tanto – scrive lei stessa – perché i brevi accenni alla ricostruzione della civiltà appenninica o sibillina sono frutto di attenti studi sulle ricerche più recenti”.